mercoledì 4 gennaio 2012

Capitolo 74

Anuar


Era come guardare la propria immagine riflessa allo specchio, Rimasi a bocca aperta, completamente incapace di proferire parola, come se il mio corpo si fosse improvvisamente trasformato in una statua di sale, sapevo di essere vivo solo perché sentivo i battiti sordi del cuore scandire il tempo che sembrava essersi fermato in quella stanza nel momento stesso in cui avevo fissato negli occhi quel ragazzo identico a me in tutto e per tutto. Il mio cervello continuava a girare a mille all'ora, scandendo ad una ad una le parole che mia madre mi aveva rivolto solo pochi giorni prima ed ora la verità stava proprio davanti ai miei occhi, ne ero assolutamente sicuro, quell'uomo era il fratello di cui avevo sempre ignorato l'esistenza.
Voi due potreste anche fare qualcosa per Dio, no?”
le parole di Francies, pronunciate con un tono che non ammetteva repliche, mi risvegliarono dal torpore che quella scoperta aveva scatenato in me, e solo allora notai che Aurora era sdraiata sul pavimento con un'espressione mista tra dolore e preoccupazione... ancora imbambolato, corsi vicino a lei per aiutarla a rialzarsi, ma non avevo ancora mosso un passo quando una fitta all'addome la costrinse a contorcersi su se stessa urlando per il dolore e la realtà di quello che stava succedendo ebbe su di me l'effetto di una doccia ghiacciata facendomi tornare immediatamente coi piedi per terra... il bambino aveva deciso di non poter più aspettare.
Non puoi rimanere qui per terra... quando il dolore si attenua ti portiamo a letto... ok?”
insieme a Robert e Francies aiutai Aurora ad alzarsi dal pavimento, ma non appena fu in piedi un liquido caldo cominciò a scenderle lungo le gambe inzuppandole i vestiti.
si sono rotte le acque... il parto è iniziato” Francies sembrava completamente padrona di sé mentre pronunciava quelle parole, mentre io mi sentivo spaventato come non mai… nella mia mente si accese un neon a luce rossa che ad intermittenza mi diceva “PANICO”... iniziai a respirare profondamente cercando di rimanere lucido… non potevo lasciarmi andare… non in quel momento
Sollevai Aurora tra le braccia e corsi lungo il corridoio, diretto alla porta d'ingresso.
dove stai andando Anuar?”
come dove sto andando... la sto portando in ospedale..” urlai con una voce che stentai a riconoscere come la mia.
no Anuar, non faresti in tempo, le acque si sono rotte, dobbiamo farla partorire noi”
A quelle parole sentii quel poco di sangue freddo che ancora avevo nelle vene evaporare dal mio corpo mentre le forze iniziavano ad abbandonarmi.
Anuar... ti senti bene? Sei bianco come un lenzuolo, mettila giù, non vorrai farla cadere a terra… ”
no… no… ce la faccio, ditemi solo dove la devo portare… ”
vieni la camera è da questa parte”
seguii Francies e Robert come un automa, in quel momento non riuscivo a sentire nulla, solo il calore del corpo di Aurora che stoicamente si aggrappava a me mentre nuove contrazioni laceravano il suo corpo.
La adagiai delicatamente sul letto e poi mi allontanai lasciandola nelle mani di Francies.
sentite ragazzi... avrò bisogno di entrambi, quindi vi prego di riprendervi, non posso badare a voi e aiutare lei allo stesso tempo, quindi fatevi un wisky se questo può aiutarvi a stare meglio, ma cercate di rendervi utili... se riusciamo ad organizzarci tutto andrà bene... ok?”
ok” rispondemmo all'unisono.
vieni Anuar, Francies ha ragione, dobbiamo assolutamente bere qualcosa.. e poi... forse dovremmo parlare un po' tra di noi”
no Robert... non ora, per le spiegazioni ci sarà tempo più tardi... ora fatevi un bicchierino e poi ritornate subito qui! E questo è un ordine!!!”
Tornammo dopo pochi istanti, il liquido ambrato ancora bruciava nella mia gola, mentre un calore strano si irradiava nelle mie membra, forse avrei dovuto dire a Robert che non avevo mai bevuto alcool in vita mia.
bene ragazzi... ho chiamato il ginecologo di Aurora e ha detto che arriverà appena possibile, quindi sino ad allora dovremmo cavarcela da soli... ora uno di voi vada in cucina e faccia bollire dell'acqua... molta acqua... mentre l'altro vada nel bagno a prendere degli asciugamani puliti... la cucina è al piano di sotto, il bagno è la seconda porta a destra... su... su via!!!”
Ci precipitammo fuori dalla stanza come due segugi in cerca della preda, quasi spintonandoci nell'uscire dalla stanza ed infilammo entrambi la porta del bagno.
no.. gli asciugamani li prendo io... tu vai a far bollire l'acqua” dissi a Robert
no, vai tu a far bollire l'acqua...”
allora la smettete di comportarvi come due bambini? Ricordate? Sto cercando di farne nascere uno, non ho bisogno di altri due” sentimmo tuonare Francies dall'altra stanza, mentre un nuovo grido di Aurora ci destò.
Lasciai Robert in cerca degli asciugamani e mi precipitai in cucina, cercai nella credenza la pentola che poteva fare al caso mio e nello sfilarla dalla pila, l'intera batteria si riversò sul pavimento producendo un rumore assordante.
che succede?”
tutto bene... ho solo fatto cadere le pentole”
Misi l'acqua sul fuoco e tornai al piano di sopra, Aurora tutta sudata si contorceva nel letto mentre Francies cercava di aiutarla come poteva.
dai tesoro... stringi i denti, ce la faremo... te lo prometto”
Restai a guardarle per qualche istante in silenzio, era davvero sorprendente il legame che univa quelle due donne, riuscivano a darsi forza l'una con l'altra anche in quel momento.
ecco gli asciugamani!” Robert arrivò alle mie spalle reggendo una pila di asciugamani di spugna.
bene... appoggiali lì sopra la poltrona”
posso fare qualcos'altro?” dissi.
vai vicino a lei e tienile la mano... vedi quelle pezze dentro il catino che stanno lì sopra?
Sì”
posagliele sulla fronte.. le daranno sollievo” “tu Robert va in cucina, e quando bolle l'acqua portala qua su e gettala in quella vasca che ho messo lì nel corridoio, metti anche a bollire una pentola più piccola e sterilizza un paio di forbici, sono nel cassetto vicino al lavello... ok?”
ok” posò un leggero bacio sulla guancia arrossata di Francies e poi uscì dalla stanza.

Quando finalmente giunse il dottore e le contrazioni si fecero più ravvicinate Francies mi chiese di uscire dalla stanza, probabilmente aveva notato la tensione che mi tendeva i muscoli del collo, ero completamente sopraffatto dalla paura.
Andai nel corridoio con Robert, facevamo avanti e indietro fumando come due ciminiere, e tra un urlo di Aurora e l'altro gli raccontai quello che a mia volta avevo scoperto solo pocgi giorni prima... diverse emozioni si affacciarono sul suo volto mano a mano che le parole uscivano sempre più fluide dalla mia bocca, paura... sorpresa... ed infine felicità, ci avvicinammo e ci stringemmo in un grande abbraccio fraterno, finalmente avevo ricomposto tutti i pezzi del mio puzzle.
Da dentro la stanza arrivò un grido più forte degli altri che mi raggelò il sangue nelle vene facendomi scattare verso la maniglia della porta, subito dopo il vagito di un bambino ruppe il silenzio irreale che per qualche secondo era sceso su di noi.
Dopo alcuni istanti il dottore uscì dalla stanza e ci strinse la mano. “congratulazioni, è andato tutto bene, è una splendida bambina, vi aspetto domani in ospedale per tutti gli accertamenti... buona serata!”
Ci precipitammo nella stanza... Francies teneva tra le braccia un piccolo fagottino avvolto in una copertina rosa.

ti presento tua figlia” disse porgendomi la bimba tra le braccia, mi sentivo così impacciato mentre stringevo per la prima volta tra le braccia quel frugoletto che avrebbe cambiato per sempre le nostre vite, ed una lacrima di felicità mi corse lungo la guancia.

Sollevai un lembo della coperta e scorsi un visetto rosa pieno di piccole grinze contornato da un serico ciuffo di capelli neri come una notte senza luna, le piccole labbra a forma di cuore si stringevano attorno ad un minuscolo pollice ed il mio cuore prese il volo.
Corsi accanto ad Aurora, posai la bimba tra le sue braccia e la baciai a lungo.
ehm... ehm... scusate...”
scusate voi... grazie di tutto Francies, senza di te non ce l'avrei mai fatta.. grazie anche a te Robert”
che ne dite ora di dare un nome alla mia nipotina? Perché non ho alcuna intenzione di chiamarla bimba ancora per molto”
hai proprio ragione... io veramente un nome in mente lo avrei”
allora Aurora, hai intenzione di dircelo o te lo dobbiamo tirare fuori a forza? Dai non lasciarci sulle spine...”
ok... in questi mesi ho pensato molto al nome da dare al bambino, e un nome ha continuato a ronzarmi nella mente, e così ho pensato che se fosse nata una bambina le avrei dato nome Luce... sempre che tu sia d'accordo Anuar... che ne pensate?”
splendido!... insolito, ma assolutamente adatto a vostra figlia”
e tu Anuar che ne pensi?”
che è assolutamente perfetto... la Luce che illuminerà il nostro cammino!!!”
vieni Robert... andiamo a casa, è arrivato il momento di lasciarli da soli... ci sentiamo domani e congratulazioni a tutti e due!”












mercoledì 30 novembre 2011

Capitolo 73

Francies

- Perché continui a non capire? Sai bene quanto desiderassi trascorrere il tuo compleanno nella nostra nuova casa. Ho preparato tutto per bene e ora mi dici che non potrai esserci?- 
All’altro capo del telefono la voce alterata di Robert continuava a distruggere tutte le mie speranze …e senza una ragione che mi sembrasse valida vedevo vanificati tutti i miei sforzi.
- Tesoro lo sai che se non avessi questo maledetto impegno volerei subito a casa…-
A casa….Quell’espressione spontanea fece sobbalzare il mio cuore… ancora incredulo che quello splendido uomo volesse me…e che desiderasse condividere la sua vita con la mia. 
-Lo dici soltanto per cercare di addolcirmi…non posso credere che tu mi stia facendo questo. Lo desideravo così tanto…–
Stavo cercando in ogni modo possibile di fare leva sul suo senso di colpa… ma nulla sembrava funzionasse.
- Ti chiamo più tardi, ora devo andare…mi stanno chiamando... scusami amore! Sai che vorrei soltanto essere lì con te. Bacio – 
Lo schiocco sonoro delle sue labbra risuonò leggero prima del click che terminava la chiamata. Guardai il display come se nascondesse qualche segreto… ma, buio come il mio umore, rimandava soltanto la mia immagine riflessa. Coda alta…legata come capitava…occhi cerchiati dall’insonnia che mi impediva di riposare… e tracce di cioccolato ai bordi delle labbra e sulla guancia sinistra che mi ero tormentata per tutto il tempo della telefonata.
Quell’enorme torta che avevo appena finito di decorare Robert non l’avrebbe mai vista…e nemmeno il prezioso regalo che mi ero finalmente decisa a prendere dopo tanti dubbi.
Gettai il telefono sul letto e sfilandomi di dosso la maglietta e i jeans mi gettai sotto la doccia a pensare.
L’acqua scorreva lenta sulla pelle, attenuando, col suo tepore, quel gelo che la sua assenza mi procurava. Sapevo da principio che il suo lavoro l’avrebbe spesso portato lontano, ma non mi ero resa conto di quanto fosse difficile… la sera… stendermi tra le lenzuola immaginandolo all’altro capo del mondo.
Presto sarei dovuta tornare a New york per la presentazione delle nuove collezioni … vedersi sarebbe diventato ancora più complicato…e la sua festa di compleanno mi era sembrata un momento splendido per inaugurare la nostra vita insieme, tra quelle mura che facevano da solida culla al nostro amore. Sollevai il capo per permettere al getto d’acqua di scivolarmi sul viso… e avvolta in quella nuvola di vapore rividi noi due su quella spiaggia lontana… mano nella mano a sollevare gli occhi al cielo, a ridere di semplici sciocchezze… a dividerci lo stesso panino a morsi, mentre i gabbiani volteggiavano contendendosi l’azzurro palcoscenico sospeso. Era in quello scorcio di paradiso che aveva preso forma nella mia mente una possibile vita insieme… coronata solo qualche giorno più tardi, quando mi aveva portata in quella grande villa chiamandola… la nostra casa.
Non potevo permettere che un giorno tanto speciale venisse sprecato a quel modo… ed anche se comprendevo non dipendesse da lui… mi dispiaceva non essere al suo fianco allo scoccare della mezzanotte e di non poterlo abbracciare sussurrandogli all’orecchio gli auguri a modo mio.
- Se Robert non verrà da me… allora andrò io da lui…semplice.-
Pronunciai quelle parole ad alta voce a me stessa…disegnando sul vetro appannato della doccia le iniziali dei nostri nomi. Mi sentivo come un’adolescente alla prima cotta… e il più delle volte mi riscoprivo a volteggiare tra le nuvole rosa, incapace di trattenermi. Il solito incontenibile sorriso ricomparve… e cercai invano di soffocarlo schiarendomi la voce.
Non avrei permesso al suo lavoro di rovinarmi una festa tanto importante, così raccolsi i capelli con una grande molletta e uscita dalla doccia chiamai subito l’aeroporto…prenotando un volo per LA che sarebbe partito a fine giornata.
Misi con cura in valigia qualche abito comodo ed uno speciale per la serata successiva, un tacco vertiginoso che avevo scoperto farlo impazzire… e alcuni indumenti intimi che ero più che sicura avrebbe gradito.
- Fatto!-
Mettere in opera ciò che avevo deciso di fare era stato più facile che pensarlo… come sempre.
Gli avrei fatto una sorpresa e quindi optai per tenere nascosto questo mio viaggio improvvisato… a tutti tranne che ad Aurora.
Quella ragazza ne aveva passate davvero tante e sapevo che al momento poteva contare solo su di me.
Mi gettai nel letto ancora avvolta nell’asciugamano, mentre alcuni ciuffi di capelli gocciolanti disegnavano strane forme sul candido copriletto imbottito. Afferrai il cellulare abbandonato sopra il cuscino e cercai in rubrica il numero di lei… guardai la sveglia sul comodino dondolando i piedi…erano le dieci del mattino, non poteva essere ancora a letto.
- Ciao tesoro, ti ho svegliata? – Sembrava dentro ad una caverna, perché la sua voce fece eco rimbombando negli orecchi.
- Sei pazza? Sono uscita a fare compere molto presto e sono rientrata da più di un’ora. Vedessi cosa sto combinando…Non so come mi sia venuto in mente, ma è una vera figata ( meraviglia) – Sembrava entusiasta. Indagai.
- Sentiamo!!!.. Cosa ti sei inventata stavolta? –
- Non voglio dirtelo… ti rovinerei la sorpresa… e poi non è ancora finito, quindi abbi pazienza e vieni più tardi ad ammirare l’opera, vuoi?-
Sarei passata da lei prima di andare in aeroporto, così le avrei potuto spiegare di persona i motivi di questa mia decisione improvvisa.
- D’accordo ciccia, appena mi libero passo lì da te… cerca di non fare sciocchezze, lo sai che ormai mancano pochi giorni … cerca di avere cura del tuo bambino….- 
- E’ quello che sto facendo… poi capirai perché!!-
- Ok allora a dopo… sono proprio curiosa. – Ascoltai la sua risata e sperai che fosse sincera. Desideravo vederla felice.
Raccolsi le poche cose che ancora mancavano al mio bagaglio improvvisato e guardai quanto tempo mi restasse prima della partenza. Mancavano più di otto ore… avevo tutto il tempo di scendere al parco a passeggiare… e un po’ d’aria non mi avrebbe che giovato. Mi infilai la tuta da ginnastica, un paio di Nike consumate che Rob considerava fantastiche… un paio di Rayban che aveva dimenticato a casa… e sollevai il cappuccio come faceva lui.
“Non credo sia necessario… però è divertente. ”
Cercai di immedesimarmi nella sua vita di tutti i giorni… ma ancora non avevo mai toccato con mano un assalto delle sue fans. Mi raccontava storie incredibili di donne che chiedevano di essere morse… altre che gli gettavano le braccia al collo per rubargli un bacio… una addirittura aveva preteso che andasse con lei a casa della figlia per fare una foto. Quella non era vita, ma il successo aveva risvolti strani… sperai soltanto che non ripiombasse in quel malessere in cui versava quando lo avevo incontrato la prima volta a Malibù.
Ero seduta su una panchina al Sole, quando scorsi in lontananza un taxi che accostava ai bordi della strada. Mi fermai ad osservare distrattamente quel che accadeva intorno a quell’auto… e aguzzai la vista quando mi accorsi che il passeggero sceso di lato… somigliava tanto a Robert.
Rimasi perplessa e quando cercai di scrutare meglio per averne conferma… un grosso pullman si mise proprio davanti impedendomi la visuale. Aspettai che si spostasse, ma quando si mosse… lui era sparito e con lui anche il taxi.
Dissi a me stessa che dovevo essermi sbagliata… e anche se il pensiero continuava a darmi il tormento... mi convinsi che fosse stato solamente un abbaglio.
Il taxi arrivò puntuale alle cinque e caricati i bagagli diedi l’indirizzo di Aurora.
Non era lontana, ma data l’ora di punta ci impiegammo più del dovuto… Una volta giunta a destinazione pagai la corsa e mi avvicinai al portone salendo quei pochi scalini. La borsa in spalla, stavo per suonare… quando ricordai di avere le chiavi e pensandola a fare chissà quale stramberia, optai per usarle senza costringerla a venire ad aprirmi.
Ero già oltre la porta quando il taxi partì e senza esitare entrai appoggiando le mie cose a terra.
Tutto era buio al piano inferiore, l’unica fonte di luce proveniva dalla cucina e dalla grande finestra a vetri che dava sul giardino. Immaginai di trovarla seduta sulla sua sedia preferita a sognare con lo sguardo perso oltre quel filtro trasparente, ma quando entrai trovai soltanto i resti della colazione che doveva aver fatto ore prima… era pazza…  mangiava poco e non dormiva mai e questo non andava bene nelle sue condizioni.
Mi versai un sorso d’acqua dal rubinetto e lo lasciai scivolare in gola…
La risata cristallina di Aurora giunse chiara dal piano superiore e sorridendo appoggiai il bicchiere sul tavolo e cominciai a salire le scale…possibile che fosse così fuori di testa da ridere da sola?
Il corridoio portava diritto alla cameretta della bimba ed ero sicura che fosse lì dentro che la mia amica stava combinando una delle sue… mi avvicinai senza far rumore e gettai lo sguardo all’interno dove una forte luce illuminava dal fondo impedendomi di vedere nitidamente…

rimasi basita… mentre sulle mie labbra lento e inesorabile il sorriso moriva.
Non era possibile che accadesse…
In un attimo il respiro mi abbandonò, lasciando senza vita ogni parte di me.
Tra le macchie di luce che accecavano abbagliando… c’era il mio Robert…. abbracciato a quella che fino ad un momento prima avevo considerato la migliore amica del mondo…l’accarezzava e la baciava teneramente con una dolcezza tale… da non lasciarle il tempo di riprendersi….
Rimasi impietrita ad osservarli mentre il tempo scorreva lento scandito dal faticoso pulsare del mio cuore strappato…. lacerato… da un amore rubato ancor prima di regalare a pieno le sue promesse…
Lo stupore… l’amarezza e lo sconforto furono presto sostituite da una rabbia che cresceva dallo stomaco e quando giunse in gola si trasformò quasi in un ruggito.
- Era questa la sorpresa che mi avevate preparato? Tutto qui quello che sapete fare? Aurora da te mi aspettavo qualcosa di più originale!!! –
Avevo spalancato la porta colpendola col piede e mi ero messa di fronte a loro, le mani sui fianchi , mostrando una sicurezza che nella realtà non sentivo affatto. I loro occhi si girarono meravigliati, senza rivelare alcun segno di pentimento e la cosa mi ferì nel profondo impedendomi di dire altro. Aurora era sobbalzata sentendo la mia voce e teneva la mano stretta sul pancione quasi a proteggere la sua creatura.
- Ciao Francies… hai visto chi c’è ?- Sospirò per lo spavento. Sembrava quasi felice… ero fuori di me.
- Ho visto abbastanza da volervi per sempre fuori dalla mia vita. –
Così dicendo mi avvicinai di qualche passo… accorgendomi che qualcosa non quadrava. Robert non parlava… e i suoi occhi sembravano diversi… i capelli sembravano striati di biondo… la pelle molto più scura di come la ricordassi qualche giorno prima. Rimasi a fissarlo avvicinandomi sempre di più… un leggero velo di barba nascondeva quei particolari della pelle che avrei riconosciuto tra mille… ero perplessa. Lui mi osservava con l’aria di chi non ha la più pallida idea di chi abbia davanti.
- Ma… Sei tu?- Sorrise rivelando la sua dentatura candida e nei suoi splendidi occhi verdi non riconobbi l’uomo che amavo… ma la sua esatta copia.
- Ciao... io sono Anuar…-
- …Francies. – Risposi come un automa… Si avvicinò a me abbracciandomi stretta come se volesse farmi volteggiare… e io rimasi rigida tra le sue braccia che non accennavano a mollare la presa.
- Che sta succedendo qui?- Robert comparve sulla porta spuntando dal nulla e Aurora ancora scossa, si spaventò nuovamente e scivolò a sedere sul pavimento, imprecando tra sé. 
Nessuno rispose e posandomi a terra ci voltammo entrambi verso di lui che rimase attonito a fissare l’uno e poi l’altra …. senza capire.
- Posso spiegare tutto io se mi date una mano ad alzarmi. – Aurora fece presa con le mani sul pavimento per cercare di alzarsi da sola, ma un dolore visibile la ricostrinse a terra, contorcendosi senza forze per la fitta all’addome che l’aveva colta di sorpresa.

Ancora turbati ci avvicinammo tutti e tre per soccorrerla e lei ci allontanò con la mano per impedirci di muoverla proprio in quel momento. 
Riconobbi le contrazioni di cui mi aveva più volte parlato.
- Aurora , tesoro che ti succede? …ci siamo?-
- Credo di si…- Fu tutto quello che riuscì a dire prima che una più forte contrazione la costringesse a raggomitolarsi a terra dal dolore.
- Oh Mio Dio… e adesso? Pensi di farcela ad alzarti per stenderti a letto?-
- Ora ci provo…dammi un minuto. – Respirava profondamente e quando si sentì pronta fece cenno di volersi sollevare da terra.
- Voi due potreste anche fare qualcosa per Dio, no?-
Robert e Anuar stavano uno di fronte all’altro come due statue di cera, senza trovare parole da dirsi. Aurora ed io li osservammo per un istante e guardandoci poi negli occhi lessi la risposta alla mia domanda. 
Un attimo dopo fu colta da altro spasmo …questa volta più forte che la costrinse a urlare, facendo tornare alla realtà tutti noi.
- Non puoi rimanere qui per terra… quando il dolore si attenua ti portiamo a letto. Ok?- le dissi cercando di calmarla.
La sollevammo in tre, ma quando si trovò in piedi un liquido caldo cominciò a colare lungo le gambe inzuppandole i vestiti.
- Si son rotte le acque…il parto è iniziato. - dissi ostentando una sicurezza che in realtà non avevo, ma sapevo che dovevo tenere duro per me e per Aurora, visto che ormai era troppo tardi per andare in ospedale.

domenica 23 ottobre 2011

Capitolo 72

Aurora

Grazie all'aiuto di Francies, anche se a fatica, riuscii a tirarmi fuori dal baratro nel quale stavo precipitando senza neanche rendermene conto, avevo passato troppo tempo lasciandomi andare, annullando completamente me stessa dentro quel dolore sordo che, dal giorno in cui avevo lasciato la villa di Luxor, si era posizionato all'altezza del mio cuore ma, anziché combatterlo come bene o male avevo sempre fatto con le sventure che si erano susseguite lungo la mia esistenza, mi ero nutrita di esso trasformandomi in uno zombie.

Francies era arrivata appena in tempo per salvarmi da me stessa, ero stata una sciocca a non chiamarla, a non confidarmi con lei, grazie alla sua forza ed alla sua gioia di vivere in pochi giorni tornai ad essere la solita Aurora di un tempo, anche se il peso che portavo nel petto non accennava a sollevarsi, ormai ero consapevole che avrei passato la vita con quel silenzioso compagno di viaggio ma,  tra pochissimo tempo avrei avuto la compagnia del mio bambino a confortarmi nei giorni bui.
Quando iniziai a stare un po' meglio, insieme a Francies mi convinsi a trasformare il vecchio studio di zia Stephanie in una cameretta da favola per il mio piccolo principe, e se fosse stata una principessa? Avevo fatto le ultime visite insieme a Francies, ma non avevo voluto sapere il sesso del piccolo, avevo deciso di aspettare la sorpresa, per me non aveva importanza che fosse maschio o femmina, l'unica cosa di cui mi importava era che stesse bene, e dopo tutti i rischi che avevo corso in Egitto, non ero troppo tranquilla, se fosse successo qualcosa a quel bambino non avrei avuto la forza di andare avanti.
Chiamai una ditta specializzata in traslochi e feci imballare tutti i libri della zia in grossi scatoloni di cartone, ancora non sapevo che ne avrei fatto, quindi li feci impilare nel salotto, e quando finalmente i vecchi mobili della zia furono portati via dal furgone mi misi all'opera aiutata dall'instancabile Francies dipingemmo la stanza di un pallido azzurro cielo su cui feci dipingere delle soffici nuvole bianche, e sul soffitto applicai delle stelline fosforescenti che la notte brillavano nel buio... volevo che il mio bambino avesse la sensazione meravigliosa che avevo provato io dormendo sotto il manto stellato... era quasi tutto finito, i mobili erano già stati sistemati, mancava ancora qualche piccolo ritocco e poi tutto sarebbe stato pronto.
Una mattina mi svegliai con una strana frenesia, avevo sbagliato tutto, mancava ancora una cosa perché quella stanza fosse esattamente come volevo che fosse... andai in un negozio per il fai da te e tornai a casa con tutto l'occorrente per dipingere sul muro, non dissi nulla a Francies di quello che stavo combinando, certa che mi avrebbe dissuaso dal sottomettermi ad una fatica simile, erano anni che non toccavo un pennello, ma, sentivo che era giunto il momento di rimettermi all'opera... abbozzai il disegno sul muro a matita e poi iniziai a distendere il colore, mano a mano che andavo avanti col mio lavoro, mi sentivo sempre più entusiasta ed il bambino sembrava condividere la mia emozione perché non smetteva di dibattersi nel mio ventre, dopo le prime pennellate insicure il disegno prese forma sotto i miei occhi e mi ritrovai a fissare estatica i personaggi di Madagascar che mi correvano incontro sorridendo dalle sabbie cristalline dietro di loro, la stanza che fino a pochi giorni prima era una camera come tante altre, si stava trasformando in un piccolo paradiso africano.

Erano giorni che lavoravo a quel progetto e la stanchezza si faceva sentire, avevo la schiena e le gambe a pezzi ma, finalmente, ancora poche pennellate e tutto sarebbe stato perfetto e poi avrei avuto tutto il tempo che volevo per riposare.
Francies mi telefonò per dirmi che sarebbe passata a trovarmi nel primo pomeriggio mentre si recava in aeroporto... aveva avuto una discussione con Robert, così, per farsi perdonare, aveva pensato di fargli una sorpresa raggiungendolo a Los Angeles per festeggiare assieme il suo compleanno.
Era piovuto tutta la mattina e l'aria era densa di umidità, nel primo pomeriggio un pallido sole si fece largo tra la coltre di nubi ed io spalancai la finestra per assaporarne il tepore sulla pelle mentre davo gli ultimi ritocchi al mio capolavoro, chissà che avrebbe pensato Francies vedendo quello che avevo combinato!
Una ciocca di capelli, sfuggita alla coda di cavallo mi scese sul viso, cercai di spostarla, ma il pennello mi sfuggì di mano cadendo ai miei piedi... questa non ci voleva, con il pancione era un'impresa titanica chinarmi a raccoglierlo... “uffa!!” mi sfuggì dalle labbra mentre cercavo di costringere le mie ginocchia a piegarsi, mi sentivo come un enorme pachiderma costretto ad un numero di contorsionismo in un circo.

Allungai la mano in cerca del pennello e mi ritrovai a sfiorare un altra mano, sollevai lo sguardo e mi rispecchiai in due iridi verdi che mai avrei pensato di rivedere in vita mia... restai senza parole, mi scordai persino di respirare mentre il barattolo del colore che stringevo ancora nell'altra mano mi scivolò tra le dita spargendo il suo contenuto rosso fuoco sul pavimento immacolato.
Non potevo credere che fosse proprio lui, mi stavo sbagliando, forse stavo solo sognando, la mente riusciva a creare strani disegni a volte, doveva essere proprio così, mi ero talmente immedesimata in quello che stavo facendo che lui si era materializzato di fronte ai miei occhi.... tra pochi istanti mi sarei svegliata ed avrei scoperto che era stato solo un sogno, uno splendido sogno, “non voglio svegliarmi... non voglio svegliarmi.... non voglio svegliarmi” continuava a ripetermi una vocina dentro la testa.
Anuar?” pronunciai il suo nome senza nemmeno accorgermene.
sì Aurora”
Allora era tutto vero... era veramente inginocchiato di fronte a me, non era il frutto della mia fantasia.

La sua bocca sempre più vicina, sentivo il suo respiro sul viso, la barba solleticarmi la pelle delle guance, e, quando finalmente le mie labbra si posarono sulle sue tutte le mie paure si dissiparono, come il sole in primavera strappa la terra al gelo, così il suo bacio aveva risvegliato il mio cuore sollevando il peso che opprimeva la mia anima.

giovedì 6 ottobre 2011

Capitolo 71



Anuar

Uscii dalla grande villa con il cuore molto più leggero rispetto a quando vi ero entrato, finalmente ero riuscito a far luce sul mistero che pareva aver circondato Aurora sino a poco tempo prima, ora non mi rimaneva che correre a Londra e cercare di farmi perdonare da lei.
Andai subito in cerca di un taxi che mi portasse all'aeroporto di Luxor, dovevo trovare un volo per Londra che partisse il prima possibile, avevamo passato già troppo tempo lontani e la voglia di lei era un dolore sordo che mi attanagliava le viscere.
Non avevo ancora controllato i documenti che mia madre aveva messo dentro lo zaino che mi aveva consegnato prima che partissi, appena mi sedetti sul sedile posteriore del taxi tirai fuori la busta che conteneva il passaporto e tra le pagine scivolò fuori un foglio ripiegato in quattro dove riconobbi l'elegante e minuta calligrafia di mia madre.

tesoro mio,
Ti ho amato sin dal primo momento in cui ho saputo che stavi crescendo dentro me, e quando per la prima volta ti ho stretto tra le braccia ho sentito che tutta la mia vita aveva avuto finalmente un senso. Tu non puoi capire quanta felicità sappia donare un esserino così piccolo... poco importa se tu non sei il bambino che ho portato in grembo, non avrei saputo amarlo diversamente o più di quanto ho amato te... per questo non ho avuto il coraggio di raccontarti la verità, non volevo perdere mio figlio perché tu sei e sempre sarai per me il mio bambino.
So che non mi perdonerai facilmente per quello che ti ho tenuto nascosto in tutti questi anni, ma anche tu, un giorno, quando avrai dei figli, potrai capire le ragioni per cui l'ho fatto... vorrei poterti aiutare a ritrovare le tue origini, ma purtroppo non conosco i nomi dei tuoi veri genitori, so che ti chiedo molto, ma se un giorno riuscirai a scoprire la tua vera identità, vorrei tanto che facessi una cosa per me... posa un fiore sulla piccola bara del mio bambino e digli quanto bene gli ho voluto.
Spero tanto che tu sia felice... ti amo tanto.
Tua madre

L'inchiostro qua e là era macchiato dalle lacrime che mia madre aveva versato scrivendo quelle poche righe così cariche d'amore, ed un nodo mi strinse la gola... ero stato ingiusto con lei, aveva dedicato la vita alla mia felicità ed io l'avevo ripagata nel peggiore dei modi, in fondo quanto poteva aver sofferto crescendo il bambino di un altra donna senza il conforto di una tomba su cui piangere il proprio piccolo? Anche lei, proprio come me, era stata privata della sua vera famiglia, ed ancora una volta si era fatta in quattro permettendomi di scappare e rischiando la sua stessa vita per me, non sapevo chi fossero i miei veri genitori, ma di sicuro lei era la miglior madre che un figlio potesse desiderare di avere.
Non mi restava molto tempo, le torri dell'aeroporto spiccavano contro il cielo proprio di fronte a noi, riposi la lettera nella busta e guardai il passaporto, era così strano vedere la mia foto sorridermi da quel foglio di carta e leggere un nome che non mi apparteneva, sarei stato capace di abituarmi a quella nuova esistenza? Solo il tempo poteva rispondere a quella domanda... da quel momento in poi il mio nome sarebbe stato Anthony Howard, nato a Londra il 13 maggio del 1986, con tutto quello che mi era successo negli ultimi giorni quasi l'avevo dimenticato, l'indomani sarebbe stato il mio compleanno.
Ripensai a quello che sarebbe successo se mia madre non avesse trovato il modo di farmi fuggire dal palazzo... chissà che ne era stato di lei... se qualcuno aveva già scoperto la mia fuga o se ancora stava coprendomi permettendomi di lasciare il paese... tutto sembrava tranquillo, ma talvolta le apparenze ingannano, ormai l'avevo capito a mie spese, dovevo quindi stare molto attento a non farmi scoprire, a Luxor potevo passarla liscia, quasi nessuno mi conosceva, ma al Cairo tutto sarebbe stato diverso, l'ombra della lunga mano dell'uomo che avevo sempre creduto essere mio padre ricopriva tutto il perimetro della metropoli, i suoi fedeli servitori si erano infiltrati in ogni attività, e non sarebbe stato facile ingannare i suoi scagnozzi.
Andai in cerca di un volo diretto per evitare di farvi scalo, ma purtroppo nessuna delle compagnie aeree mancava di effettuare lo scalo nella capitale, quindi, incrociai le dita ed optai per il primo volo disponibile, volevo arrivare da Aurora il prima possibile ed inoltre rimaneva nella capitale solo un'ora.
Quando il velivolo iniziò la discesa verso l'immensa distesa di cemento sotto di noi, un nodo mi strinse lo stomaco, chiamai l'hostess e le chiesi se avremmo dovuto scendere dall'aereo al nostro arrivo e lei mi tranquillizzò dicendomi che non era necessario, si trattava solo di uno scalo tecnico per permettere ai turisti di tornare a casa o proseguire il loro viaggio tra le bellezze della più grande città del nord Africa, non appena le ruote del carrello si staccarono nuovamente da terra abbandonando dietro di se il suolo egiziano tirai un profondo respiro di sollievo e mi rilassai contro lo schienale del seggiolino.
Mancavano un paio d'ore all'arrivo, e i piccoli schermi, sospesi sopra i sedili, trasmettevano un film, tutti i passeggeri sembravano interessati alle immagini che scorrevano davanti ai loro occhi, tutti tranne me... i miei occhi restavano fissi sull'agendina di Aurora che stringevo tra le mani, il suo indirizzo scritto con la sua calligrafia arrotondata, un po' da bambina, spiccava sulla prima pagina come fosse una scritta lampeggiante al neon, continuavo a leggerlo e rileggerlo senza sosta per imprimerlo nella memoria, temevo si cancellasse all'improvviso lasciandomi ancora una volta senza una pista da seguire. Ogni tanto guardavo fuori dall'oblò, cercando uno sprazzo tra le nuvole che mi permettesse di avvistare la mia terra promessa, ma il tappeto di nuvole, soffice ed uniforme ricopriva ogni cosa, sembrava di sorvolare un'immensa distesa di panna montata.

Arrivai a Londra nel primo pomeriggio, non appena fui sceso dall'aereo mi ritrovai con centinaia di occhi puntati su di me, un paio di volte scorsi perfino lo scatto di un flash, che diavolo avevano in quella città? Perché le ragazzine mi guardavano come fossi un essere sovrannaturale? E perché continuavano a chiedermi di fare foto con loro? Non riuscivo a comprendere quegli strani comportamenti, ed in fondo non mi importava, l'unica cosa che mi importava era di colmare il più in fretta possibile la distanza che ancora mi separava da Aurora. Sbrigai le formalità burocratiche e mi allontanai il più in fretta possibile da quello strano posto... un brivido mi arricciò la pelle delle braccia non appena lasciai il caldo rifugio del terminal, infilai la felpa che avevo portato con me ed un cappellino di lana per proteggermi dal freddo, nonostante l'estate fosse ormai alle porte fuori dall'aeroporto il termometro segnava 16 gradi.

Nonostante un timido sole risplendesse sulla città, doveva aver piovuto da poco perché le strade erano costellate di pozzanghere dove i palazzi si rispecchiavano, e l'aria era carica di umidità che mi entrava fin dentro le ossa... veramente ero nato in quel posto così freddo dove pioveva in continuazione?
Fermai il primo taxi e diedi all'autista l'indirizzo di Aurora sperando che non fosse troppo distante, ormai non stavo più nella pelle.
Il taxi si fermò di fronte ad un portone di un elegante villetta a schiera, tirai un lungo sospiro e dopo aver pagato mi avvicinai al portone di legno scuro, il cuore nel petto batteva talmente forte che pensai sarebbe balzato fuori da un'istante all'altro... allungai la mano verso il campanello, quando mi accorsi che qualcuno aveva lasciato il portone socchiuso, senza riflettere spinsi ed entrai.
La scala era immersa nella penombra, salii a due a due i gradini e mi ritrovai in un grande salone dove erano accatastati mobili e scatole, un nodo mi strinse la gola... non poteva essersi trasferita... non ora, corsi verso le stanze che si affacciavano sul salone e finalmente la vidi.
Rimasi come paralizzato ad osservare il suo profilo in controluce, il sole giocava col pulviscolo che aleggiava nella stanza rendendola quasi irreale, era intenta a dipingere su una delle pareti di quella che, mi accorsi solo in quel momento, doveva essere la stanza del bambino.... una ciocca di capelli le scivolò lungo il viso e nel tentativo di spostarla dietro l'orecchio il pennello le cadde di mano. “ uffa!!” le sentii pronunciare mentre con fatica tentava di chinarsi a raccoglierlo, la pancia che ormai si protendeva enorme oltre la sua esile figura, la intralciava nei movimenti. Senza pensare corsi verso di lei e mi allungai verso il pavimento per aiutarla.
le mani si sfiorarono raccogliendo il pennello ed i suoi occhi corsero al mio viso colmi di stupore, il barattolo del colore che ancora teneva stretto nell'altra mano le sfuggì spargendo sul pavimento il suo contenuto. Restammo accovacciati a fissarci per un attimo che mi parve infinito.
Anuar?...”
Sì.. Aurora...”
non riuscimmo a pronunciare altro, per le spiegazioni ci sarebbe stato tempo... per quanto tempo avevo bramato il dolce sapore dei suoi baci... la mia bocca cercò la sua, come quella di un assetato che improvvisamente si trova di fronte ad un ruscello di acqua cristallina, e quando finalmente le nostre labbra si incontrarono sentii di essere finalmente a casa.